Sospeso e felice: storia di uno studente in Caritas

L’esperienza nel nostro Centro di via Brasavola in seguito alla sospensione da scuola

Sfruttare una “punizione” per fare un’esperienza nuova, importante, che cambia lo sguardo su una realtà fino ad allora poco conosciuta.
È ciò che sta vivendo Giovanni (nome di fantasia), studente dell’ITI “Copernico-Carpeggiani”, che ha accettato di trascorrere una settimana nel Centro Caritas di via Brasavola in seguito alla sospensione da scuola.
Da mercoledì 12 aprile a venerdì 21 il ragazzo presta servizio ogni mattina dalle 9 alle 14. «È stata una scelta mia», ci spiega. «L’alternativa sarebbe stata di trascorrere una settimana a casa. Non ho avuto dubbi nello scegliere, invece, di impegnare le mie mattinate facendo qualcosa. E riesco a essere più tranquillo se mi danno qualcosa da fare, piuttosto che stare solo seduto a un banco».
Principalmente, Giovanni prepara insieme agli altri volontari i pacchi per la spesa. Aiuta quindi Nabil a scaricare il furgoncino che arriva con i beni alimentari e poi prepara i cartoni da buttare. Per il resto, aiuta dove c’è più bisogno. «Il primo giorno sono stato anche in mensa, pulendo e igienizzando i vassoi usati e riportandoli in cucina. Ho pulito anche i pavimenti e il bagno».
Come accennato, la Caritas per lui è stata sostanzialmente una scoperta: «prima di iniziare qui, sapevo più o meno cosa fosse, a volte ero venuto con mia madre a portare dei vestiti usati. Ma solo prestando servizio, ho scoperto che la Caritas è molto più della raccolta dell’abbigliamento…».
Un’esperienza interessante, dunque, la sua, tanto da volerla ripetere: «quest’estate, prima di andare al mare, vorrei tornare qui almeno una settimana a fare il volontario».

Studenti bisognosi, Caritas Ferrara li sostiene

Fino al 30 aprile è possibile votare on line il progetto “La Caritas ti promuove” per aiutare universitari in difficoltà

Il progetto “La Caritas ti promuove” è stato selezionato da Cattolica Assicurazione tra i cento finalisti del bando “Una mano a chi sostiene”. Dal 1 al 30 aprile è possibile votare on line i  progetti selezionati. I 25 progetti più votati riceveranno un contributo di 20.000 euro.

Il progetto

Il progetto si rivolge a giovani di età compresa tra 18 e 25 anni, che hanno conseguito il diploma di scuola superiore e non possono intraprendere o proseguire gli studi universitari a causa della loro svantaggiata condizione socio-economica. L’obiettivo specifico è quello di offrire ai giovani meno abbienti la possibilità di accedere all’Università e giungere alla laurea, fornendo loro i mezzi per mantenersi e dedicarsi prioritariamente agli studi.

“La Caritas ti promuove” prevede l’alloggio gratuito presso un appartamento messo a disposizione dalla Caritas diocesana, l’assegnazione di una borsa di studio annuale per il pagamento delle tasse universitarie e l’acquisto dei libri; l’affiancamento di un tutor per la programmazione e il monitoraggio del percorso di studi.

Ai giovani si propone inoltre un’esperienza di impegno e partecipazione sociale attraverso il loro coinvolgimento nelle attività di volontariato promosse dalla Caritas per l’assistenza a persone e famiglie indigenti del territorio. L’integrazione tra misure di sostegno allo studio e proposta di impegno nel volontariato contrasta la tendenza all’isolamento cui sono esposti i giovani con minori possibilità economiche, e dunque anche minori opportunità di partecipazione alla vita sociale; valorizza il loro protagonismo, in una logica di collaborazione reciproca; offre ai giovani un’occasione di discernimento, affinché possano guardare con più chiarezza alle proprie aspirazioni e attribuire valore al proprio impegno, per sé e per gli altri.

Per votare:

1. Accedi al link  https://cattolica.unamanoachisostiene.it/progetto/amici-della-caritas-di-ferrara-comacchio/

2. Inserisci nome cognome e indirizzo e-mail, poi clicca il tasto vota.

3. Riceverai via mail una richiesta di conferma del voto: conferma il tuo voto tramite il link contenuto nella mail.

Famiglia ucraina a Ferrara, ospite di Caritas (dicembre 2022)

Sognare la speranza: Iryna, Yurii e i loro figli in fuga dall’Ucraina

Abbiamo incontrato i due coniugi scappati dal Paese in guerra e ospitati dalla Caritas di Ferrara. Il racconto di Yurii sui suoi mesi al fronte e il tentativo di ricostruire una normalità

Piovono i missili russi sulle vite di Iryna, Yurii e dei loro tre figli. Ancora rimbombano nei loro ricordi nonostante la lontananza. Il pianto e lo smarrimento riaffiorano. La loro terra è lontana e ancora intrisa di sangue.

Oltre un anno fa, a fine febbraio, Iryna è stata la prima tra i profughi arrivati a Ferrara ad essere accolta dalla nostra Caritas assieme ai tre figli Bohdan (14 anni), Diana (10) e Vitalii (8). Il marito Yurii, invece, ha scelto di rimanere nel loro Paese, per difenderlo. Solo lo scorso dicembre ha raggiunto moglie e figli nella nostra città.

La donna e i tre bambini hanno vissuto prima in un appartamento in zona Arianuova, poi, una volta partito il Progetto Emergenza Ucraina, all’Arginone negli ambienti dell’ex parrocchia. Ora tutti e quattro risiedono in un altro appartamento. Fino a giugno scorso, i tre figli seguivano on line le lezioni, collegandosi con compagni e insegnanti della loro scuola di Ivano-Frankivs’k, nell’ovest del Paese, dove la famiglia viveva serenamente fino all’inferno scatenato dal regime putiniano. Da aprile 2022, la Smiling International School di Ferrara ha proposto di accogliere gratuitamente i due più piccoli, per permettere loro di proseguire gli studi. La scorsa estate tutti e tre hanno frequentato il campo estivo della parrocchia di San Benedetto. Anche i loro genitori necessitano di studiare per imparare l’italiano: frequentano, infatti, sia i corsi al CPIA sia quelli della nostra Caritas a Casa Betania. Iryna ha svolto un tirocinio di 6 mesi nella Scuola d’infanzia paritaria “G.S. Barbieri“ in zona San Giorgio (era insegnante anche in Ucraina), mentre Yurii ora lavora come operaio nell’azienda Salvi, nonostante nel suo Paese fosse Direttore del Centro Servizi Amministrativo di un ente pubblico.

 

In fuga dalle bombe

I primi giorni dell’invasione russa, in quel terribile febbraio 2022, un missile cade a pochi km dalla loro casa. «Abitavamo vicino all’aeroporto – ci spiegano Iryna e Yurii -, e i russi già bombardavano obiettivi civili». All’inizio Iryna non vuole partire. Ma i pericoli sono troppi: il 26 febbraio lascia l’Ucraina assieme ai propri figli e a sua cognata. È Yurii ad accompagnarli al confine: un viaggio lungo ed estenuante verso il confine con l’Ungheria, per una famiglia che fino a poche ore prima viveva una normale esistenza nella propria città. Ora, invece, ha davanti a sé decine di km macchine in coda per scappare. «Per attraversare 800 metri di confine, abbiamo dovuto aspettare 8 ore, dalle 4 del mattino a mezzogiorno». A quel punto, alcuni amici della cognata che abitano a Ferrara vanno a prenderli al confine e li portano qui, al sicuro.

Yurii, invece, rimane e per difendere la propria patria si presenta a un centro di reclutamento come volontario, non aspettando nemmeno la chiamata dall’esercito. È l’8 marzo. Quattro giorni dopo, assieme ad altri viene portato a Borodjanka nell’oblast’ di Kiev. A quei tempi, il fronte più caldo della guerra.

Yuri e Irina nel Centro Caritas di Ferrara

Yuri e Irina nel Centro Caritas di Ferrara

 

Resistere a Borodjanka (e quella croce su Telegram)

Borodjanka, a circa 50 chilometri da Kiev, è una delle prime città a essere catturate dalle colonne russe in avanzata verso la capitale. Gli invasori la radono al suolo e compiono ogni orrore: vengono trovate anche fosse comuni con corpi di civili. I russi sparano a bruciapelo contro le auto di chi scappa, come testimoniano le carcasse abbandonate e poi schiacciate dai carri armati. Qui, in questo inferno, Yurii le prime tre settimane le passa in trincea o ospite nelle case, quel che offre la Provvidenza. In pochi giorni vede arrivare i mezzi militari russi, a quel tempo ancora molti di più rispetto a quelli di cui gli ucraini potevano disporre prima dell’invio di aiuti da altri Paesi. Da metà marzo a fine aprile 2022, per Yurii è «un periodo particolarmente duro e difficile». Ma all’inizio, tiene nascosto alla moglie e ai figli che sta combattendo, per non farli impensierire. “Ci fanno esercitare”, dice a Irina. E poco dopo: “non ci sarà connessione nei prossimi giorni…”. Ma un giorno un comandante lo riconosce, gli scatta una foto e la fa avere a Iryna. In quel momento lei capisce che è sul fronte. Dopo qualche giorno riescono a telefonarsi. Nel frattempo, loro due assieme ad altri uomini sul fronte e alle loro mogli si tengono in contatto in un gruppo su Telegram. Le donne, ogni giorno, attendono di vedere comparire il simbolo della croce: è il segno che non ci sono stati morti.

 

Nel Donbass: il missile, il ricovero

A maggio, Yurii viene spostato assieme ad altri nel Donbass: prima a Severo-Donetsk, poi a Bakhmut e Lisichansk. Un giorno, un missile esplode a 4 metri da lui: non viene sobbalzato perché disteso, ma l’esplosione gli provoca comunque un grave stato confusionale. «Soprattutto in quel periodo, il lancio di missili russi era imponente, continuo. Bombardavano anche per un giorno di fila», ci racconta. A giugno Yurii viene congedato per le conseguenze dell’esplosione, e ricoverato per due settimane nel vicino ospedale di Družkivka. Poi torna al fronte, ma dopo altre tre settimane viene congedato: ha problemi di cuore e le conseguenze psicologiche di quei mesi al fronte si fanno sentire. Da giugno a dicembre è spostato in un settore amministrativo-burocratico dell’esercito. «Non posso, però, dire in che zona, per motivi di sicurezza».

 

Sognare che l’orrore abbia fine

Poi a dicembre Yurii viene congedato e decide di raggiungere la famiglia a Ferrara. Il 1° ottobre, infatti, era entrata in vigore la legge che permetteva il licenziamento dei soldati con tre o più figli minorenni. Iryna non ha detto ai tre bambini che il padre gli avrebbe raggiunti, anche per paura che ci potesse essere qualche problema ai confini. Yurii arriva nella nostra città in una fredda mattina di dicembre: sono le 5, i figli, ancora assonnati – ci racconta Iryna -, «nel vederlo all’improvviso erano talmente sconvolti che per alcuni istanti non riuscirono nemmeno a gridare di gioia: pensavano fosse un sogno».

«Ora siamo più sereni», ci dicono i due. Il pensiero di tornare nella propria terra è ancora lontano, il frastuono delle bombe non cessa. «Chi vivrà, vedrà», dice, con realismo, Yurii. Con realismo e una nota di speranza, meno rumorosa dei missili ma molto più tenace.

Caritas alla ricerca di una/o psicologa/o

L’APS “Amici della Caritas di Ferrara-Comacchio” è alla ricerca di una/o psicologa/o da impiegare a tempo pieno all’interno dei CAS-Centri di Accoglienza Straordinaria che ospitano donne e minori nelle sedi di Ferrara. La risorsa si occuperà della conduzione di colloqui con le singole beneficiarie o con il nucleo familiare in base alle esigenze.

Requisito fondamentale: comprovata conoscenza della lingua francese.

Inviare candidature attraverso il portale “INDEED”: https://it.indeed.com/viewjob?from=appshareios&jk=8b08a07b0865e9cc o direttamente all’indirizzo email caritasfe@libero.it

«Qui è una grande famiglia»: Carlo, “padre” di Casa Betania

Abbiamo incontrato Carlo Serico, giovane operatore dell’accoglienza nella nostra Caritas di Ferrara. Un punto di riferimento per i tanti bambini di Casa Betania

Fristelle, ivoriana, 25 anni, fin da subito ha dimostrato grandi capacità di apprendimento della nostra lingua. Col suo sguardo innamorato non perde mai di vista Timo, diminutivo di Timael, il suo piccolo di appena 7 mesi. Sono l’immagine plastica della voglia di riscatto delle donne accolte dalla nostra Caritas. Un passato difficile, di cui si fatica anche a parlare, e un presente fatto anche di sorrisi, di riconoscenza, di amicizie che nascono – magari con donne ucraine – nel contesto di Casa Betania

Timo e Fristelle ci accolgono mentre incontriamo un altro operatore dell’accoglienza della nostra Caritas, Carlo Serico.

 

INSTANCABILE TUTTOFARE

Venticinque anni, originario di Copparo, diplomato al Dosso Dossi indirizzo Architettura (è anche un bravo disegnatore), Carlo nel 2019 decide di svolgere il Servizio Civile in Caritas. «Consegnai la domanda l’ultimo giorno, perché non ne ero convinto, avendo anche alcuni pregiudizi, Pur desiderando di fare esperienza in un ente che aiutasse le persone in difficoltà. Col tempo, il mio punto di vista è cambiato radicalmente». Un cambiamento così importante che nel 2020, anno in cui è stato assunto, lo ha convinto anche di accettare la proposta di risiedere a Casa Betania, in un appartamento autonomo, svolgendo così anche il servizio di guardiania.

Iscritto al primo anno di Scienze Motorie, corso che frequenta on line, Carlo è davvero un tuttofare: «durante il Servizio Civile facevo gli accompagnamenti in ospedale, per il rinnovo della tessera sanitaria, e le lezioni di italiano a domicilio negli appartamenti delle ragazze. Da quando sono stato assunto, invece, ogni mattina, da lunedì a venerdì, assieme a Kateryna (leggi qui, ndr) facciamo il giro degli appartamenti» Caritas in città dove vivono donne e minori accolti: qui fanno il controllo pulizia, eventuali manutenzioni, si accertano che non ci siano problemi di convivenza. «Anche qui a Casa Betania, quando c’è un problema qualsiasi me ne occupo io, oltre ad occuparmi della documentazione degli appartamenti dedicati all’accoglienza e alle giacenze di Casa Betania».

 

IL PADRE DI TUTTI

Tutti i minori accolti dalla Caritas, il padre o non l’hanno più o non l’hanno mai conosciuto oppure vive lontano. Manca loro, ciò, la figura maschile fondamentale per la loro crescita. Non un aspetto secondario, quindi.

Di fatto, l’unica figura maschile sempre presente lì è Carlo. «Anche per questo si legano molto a me. Mi sento un po’ il padre di tutti». E si vede. Parlare con Carlo significa essere interrotti all’incirca ogni 5 minuti…: due bimbe nigeriane gli saltano in braccio, portandoli un “juice” (un succo di frutta), Andriy, bimbo ucraino, dice con un sorriso furbo: “Serico è bravo…”.

«È un’esperienza che mi ha arricchito e continua ad arricchirmi tanto», ci spiega ancora Carlo. «Ci tengo tanto a questi bambini: Casa Betania la vivo come fosse davvero una comunità, una grande famiglia. È chiaro che si tratta del mio lavoro, ma il lato umano non viene mai meno». Ma c’è anche un lato doloroso: «intuisci cosa possono aver sofferto: ad esempio, mi colpisce come i bimbi ivoriani all’inizio abbiano paura anche del termometro. E poi so che i bambini prima o poi se ne andranno da qui». Ma ci si abitua, e comunque le emozioni positive sono quelle dominanti».

 

UNA VITA “NORMALE”

Carlo cerca di inventarsi qualsiasi cosa per ricostruire una qualche normalità per queste donne e questi bambini carichi di sofferenza, di traumi.

Due settimane fa, ad esempio, aiutato da alcuni ragazzini ucraini, ha realizzato l’angolo giochi nell’ampio corridoio al piano terra. Piccole ma importanti trasformazioni sono avvenute qui: un nuovo tavolo per la scuola, alcuni banchetti dove i bambini possono disegnare, una libreria dedicata a loro.

Negli ultimi mesi, i bimbi ucraini (attualmente sono 8, fra cui due femmine, quasi tutti di 10-13 anni d’età) li ha coinvolti in alcuni piccoli lavoretti, per tenerli occupati, per insegnarli a impratichirsi e per coinvolgerli in qualcosa di creativo: oltre all’angolo giochi, insieme hanno realizzato due portachiavi, uno dei due con la bandiera ucraina, e hanno riallestito il gazebo al centro del chiostro, prima utilizzato per le persone in attesa del vaccino anti Covid, facendolo diventare la loro “casetta”. «E a volte la sera gioca a carte con loro o con le loro madri, o con la bella stagione giochiamo a pallone o a nascondino nel chiostro».

Quando c’è l’occasione, non mancano nemmeno piccole uscite a Parco Pareschi, sulle Mura, o ad eventi particolari, come l’anno scorso al Mercato Europeo. Ma lo sguardo non è rivolto solo al presente ma anche al futuro, con alcune idee rivolte ai bambini, alla loro cura e integrazione, e alle scuole.

Insomma, si tratta di un’esperienza difficile, complessa ma molto bella di convivenza interculturale. Un’esperienza che non può non segnarti nel profondo. Soprattutto se, come Carlo, sei sempre in prima linea.

L’angolo giochi

La “casetta” dei bimbi ucraini

La libreria per i bambini

I due portachiavi realizzati da Carlo assieme ai bambini

I due portachiavi realizzati da Carlo assieme ai bambini

Cercasi uova di Pasqua per i bimbi: chi vuole donarle?

Iniziativa solidale per i bimbi accolti nelle nostre strutture

Si avvicina la Pasqua, che per i bambini di ogni latitudine significa, anche, gustose uova di cioccolato…

Per questo, come Caritas Ferrara vi chiediamo di donarci uova (di ogni gusto e dimensione!)  da regalare ai 50 bambini che ospitiamo a Casa Betania e nelle altre strutture di accoglienza in città.

Un piccolo gesto, ma che può regalare un sorriso (e una bella scorpacciata…) ai nostri piccoli.

Le uova verranno loro consegnate durante la festa prevista in prossimità di Pasqua.

Per questo, se interessati, vi chiediamo di portarcele nel nostro Centro di via Brasavola, 19 entro giovedì 6 aprile. Le consegne si possono fare dal lunedì al venerdì dalle ore 9 alle 17.

 

Contatti

Telefono:  388-9706494

Mail: info@caritasfe.it

 

 

Comunità accoglienti danno risposte efficaci

Caritas Italiana al Forum Umanitario Europeo e alla 52ma sessione del Consiglio Diritti Umani ONU

Caritas Italiana ha partecipato insieme ad altre Caritas europee al secondo Forum Umanitario Europeo che si è svolto a Bruxelles il 20 e 21 marzo 2023, organizzato dalla Direzione Generale per gli aiuti umanitari e la protezione civile dell’Unione Europea e dalla presidenza del Consiglio Europeo. L’evento è stato un’occasione preziosa per confrontarsi sui temi complessi a cui si è chiamati a rispondere in maniera congiunta alla luce del moltiplicarsi delle crisi umanitarie in tutto il mondo e dell’aumento del divario tra il crescere dei bisogni e dei finanziamenti disponibili. Le sfide legate alla capacità di accedere alle popolazioni e comunità più colpite da disastri naturali e conflitti sono state al centro del dibattito, così come le necessarie riflessioni suscitate dall’aumentare – in quantità e durata – delle crisi che si protraggono nel tempo e di quelle dovute ai cambiamenti climatici, per le quali va sviluppata una maggiore capacità di prevenzione, adattamento, e reazione.

Al centro del dibattito le sfide portate dalle crisi umanitarie e climatiche

Particolarmente significativa è stata la partecipazione di Caritas Venezuela, chiamata a testimoniare la propria esperienza di comunità viva, parte di un territorio che dal 2015 vive in situazione di emergenza, dove i bisogni umanitari coinvolgono più di una persona su due e dove solo nel 2019 la comunità internazionale si è attivata in maniera sostanziale. Prima di questo intervento sono state le comunità e le associazioni locali, come Caritas, che si sono fatte carico di rispondere al meglio, attivando reti di solidarietà vicine e lontane, potendo fare affidamento sulle proprie energie, competenze, conoscenza del territorio e della cultura locale, facendo il possibile ma anche l’impossibile, se si considera che gli stessi soccorritori sono, in questo caso, vittime essi stessi.

I “corridoi umanitari” una risposta sicura e legale al fenomeno delle migrazioni

La centralità delle comunità, in questo caso delle comunità che accolgono, è stato un tema chiave anche dell’intervento di Caritas Italiana a Ginevra il 22 marzo, nell’ambito della 52ma sessione del Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite, dove abbiamo potuto raccontare l’esperienza dei corridoi umanitari, dei corridori universitari, e del neonato progetto per l’inserimento lavorativo dei rifugiati, di cui Caritas e le comunità di accoglienza lavoreranno insieme per il processo di integrazione. L’esempio dei “corridoi”, per quanto ancora molto limitato nei numeri, è considerato come un esempio virtuoso per potenziare in maniera significativa le vie legali e sicure di accesso in Europa di migranti e richiedenti asilo, fino ad ora uno dei più concreti per combattere traffici illeciti e criminali.

“I corridoi umanitari – lo si ribadisce anche nel comunicato finale della sessione 20-22-marzo del Consiglio Episcopale Permanente – rappresentano al contempo un meccanismo di solidarietà internazionale e un potente strumento di politica migratoria”. I Vescovi italiani ribadiscono che “il diritto alla vita va sempre tutelato e che il salvataggio in mare costituisce un obbligo per ogni Stato”, e ricordano “quanto sia strategica per il bene comune un’accoglienza dignitosa che abbia nella protezione, nell’integrazione e nella promozione i suoi cardini”.
“Accogliere, proteggere, promuovere ed integrare” sono le parole chiave di papa Francesco, che ribadisce quanto il fenomeno della migrazione sia una ferita aperta, a cui rispondere in maniera strutturale, piuttosto che emergenziale.

Sia che si tratti di emergenza, di emergenza prolungata o di fenomeno strutturale, qualsiasi risposta non può prescindere dal coinvolgimento delle comunità e dei territori, a cui devono essere forniti i mezzi per potersi rendere reali protagonisti di riscatto e portatori di pace e dignità.

Silvia Sinibaldi

(da https://www.caritas.it/)

Corridoi umanitari: l’impegno della Chiesa in Italia

Una forma di intervento che è molto più di un modo sicuro e dignitoso per fuggire da situazioni di pericolo

La Chiesa in Italia, che da anni si è impegnata direttamente attraverso Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, ha visto da subito nei corridoi umanitari uno strumento efficace di animazione delle comunità e un modo intelligente di far collaborare tra loro entità diverse per ruolo e responsabilità, dalle Istituzioni governative alle Chiese sorelle (la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia con la Tavola valdese), fino ad organizzazioni come la Comunità di Sant’Egidio.

Il primo protocollo risale al 2017. Da allora ne sono stati firmati quattro: due sono conclusi; il terzo è in fase di esecuzione e il quarto in avvio. L’ultimo gruppo in ordine di tempo è arrivato a Roma, il 23 febbraio scorso: 97 afgani rifugiati in Pakistan, 45 dei quali sono stati accolti, attraverso il progetto proposto dalla Caritas, in sette diocesi italiane.


Dall’inizio del programma dei Corridoi umanitari ad oggi sono state accolte dalla Chiesa in Italia 1.146 persone (di cui 400 minori) provenienti prevalentemente da Eritrea, Somalia, Repubblica Centrafricana, Sud Sudan, Sudan, Siria, Iraq, Afghanistan, Yemen.


Si tratta di donne, uomini e bambini in situazioni di pericolo, spesso in fuga da molti anni, rifugiatisi nei campi profughi dei Paesi limitrofi, in Etiopia, Giordania, Niger, Turchia e Pakistan. Sono persone nella stessa condizione di quelle che, nella disperazione, non vedendo altre alternative, si mettono nelle mani dei trafficanti e tentano la traversata del Mediterraneo o altre rotte altrettanto pericolose.

Per un decimo sono donne con bambini; quasi un terzo ha subito tortura; altrettanti sono vittime di persecuzione; uno su dieci è un malato grave o disabile. Poco meno della metà presenta, a causa di storie drammatiche, fragilità psicologiche. Sono queste le sorelle e i fratelli a cui hanno aperto le porte, in questi anni, 62 diocesi italiane.

“Ero straniero e mi avete accolto”: su questo si misura la verità del messaggio annunciato. Non si tratta solamente di dare una casa e un futuro ai rifugiati, ma di mettere alla prova la propria capacità di accoglienza. Ogni comunità che ha accolto e accoglie una persona o una famiglia è stata preparata dalla sua Diocesi e da Caritas Italiana. Si è favorita la conoscenza, si sono promosse, già prima dell’arrivo dei migranti, le relazioni fra le comunità accoglienti e gli accolti. Sono nate esperienze che hanno lasciato un segno nei singoli e aiutato le comunità a crescere e a essere lievito sui territori.

Molto di tutto ciò avviene, deve avvenire, con discrezione. A volte nel silenzio. E tuttavia alcuni numeri non possono essere taciuti. Il 99% delle persone accolte ottiene lo status di rifugiato. L’80% ha già concluso positivamente il suo percorso di integrazione, anche grazie alle centomila ore di lingua italiana impartite, all’impegno di 120 operatori Caritas e al supporto di 400 famiglie “tutor”.

Numeri più piccoli, ma molto significativi per i loro effetti, anche quelli dei Corridoi universitari, che hanno come scopo di garantire a giovani studenti rifugiati (provenienti da Paesi come Etiopia, Eritrea, Somalia, Sud Sudan, Nigeria, Niger, Camerun, Zimbabwe, Mozambico, Sudafrica, Malawi e Zambia) un percorso di ingresso regolare e sicuro per proseguire gli studi accademici in Italia e inserirsi nella vita accademica e nel tessuto sociale locale. Gli studenti rifugiati arrivati in Italia nel corso delle quattro edizioni, dal 2019, sono 140, supportati o accolti in 32 Diocesi. Partner nazionali di Caritas Italiana per questa iniziativa sono il Ministero degli Esteri, l’UNHCR, numerose Università italiane, la Diaconia Valdese, Gandhi Charity e Centro Astalli.


Differenziare i canali di ingresso permette di offrire possibilità diversificate in considerazione delle persone che si incontrano in Paesi terzi, valorizzando al meglio le potenzialità di ciascuno e sostenendone le vulnerabilità.


Avere come unica possibilità di accesso il canale umanitario significa talvolta costringere le persone a “dimostrarsi vulnerabili” per potervi accedere, mentre offrire varie possibilità può permettere di dare valore a tutte le qualità della persona, senza tralasciare in ogni caso una presa in carico delle fragilità e il bisogno di protezione.

Ugualmente importante sarebbe pertanto cominciare ad avviare anche Corridoi per motivi di lavoro, individuando i beneficiari con bisogno di protezione internazionale in Paesi di primo asilo e permettendo loro di accedere legalmente per lavorare in Italia.

In queste esperienze di accoglienza e di alternativa legale e sicura ai viaggi della morte, gli elementi al centro dell’attenzione sono dunque sia la persona che arriva che la comunità, in senso ampio, che la accoglie. La positiva interazione fra di essi contagia, sviluppa un circolo virtuoso nel quale tutte le parti coinvolte sperimentano il beneficio del loro impegno, l’esito generativo della loro esperienza.

(Fonte: https://www.caritas.it/)

Accompagnare la sofferenza: donne e minori ucraini accolti

Abbiamo incontrato Anastasiia, Kateryna e Zinaida, le tre operatrici che nella nostra Caritas da un anno si occupano di questa particolare accoglienza

Come vivere in una terra straniera quando negli occhi e nel cuore si ha l’orrore della guerra?

È la domanda che si pongono tutte le donne e i minori ucraini rifugiati anche a Ferrara dall’inizio di guerra d’invasione della Russia nel loro Paese. Ed è la domanda che si pongono anche le operatrici ucraine in servizio nella nostra Caritas diocesana, Anastasiia Hunina e Kateryna Shumans’ka, che, assieme a Zinaida Ciubotaru, si occupano nello specifico dell’accoglienza dei loro connazionali.

 

Anastasiia Hunina

Anastasiia è originaria della città di Kryvyj, regione di Dopretosk. Laureata in economia, in Ucraina lavorava come contabile. È arrivata a Ferrara nel 2015, lei stessa come profuga a causa della guerra nel Donbass. Qui vive col marito e i loro due figli, di 21 e 11 anni. «Da marzo a settembre 2015 sono stata ospite a Casa Betania, e in un altro appartamento Caritas fino a marzo 2016, quando sono uscita dall’accoglienza». Dopo alcuni lavoretti, nel 2017 viene assunta in Caritas. «Amo aiutare la gente, qui ho trovato uno spirito diverso, uno stile di vita differente».

 

Kateryna Shumans’ka

Kateryna è originaria di Chornukhy, a metà strada tra Kiev e Charkiv. Nel suo Paese si è laureata in Sociologia, prima di arrivare in Italia nel 2005. Nella nostra città, ha lavorato per 12 anni in un hotel e per 1 anno in un ristorante.

«Quando ho saputo che qui in Caritas cercavano una mediatrice culturale, mi sono proposta prima come volontaria per un paio di settimane, per mettermi alla prova, poi lo scorso ottobre sono stata assunta. Ci vuole tanta pazienza, non sempre è facile gestire le persone che accogliamo. Ma anch’io amo molto questo lavoro. Le donne accolte, all’inizio sono un po’ diffidenti, ma dopo alcune settimane il loro sguardo su di noi cambia, non si sentono più minacciate, e allora iniziano a confidarsi, ad affidarsi a noi».

 

Zinaida Ciubotaru

Zinaida, invece, è moldava, originaria di Cimișlia. Vive in Italia da 13 anni ed è laureata in Mediazione linguistica, indirizzo “Difesa e sicurezza sociale” all’Università di Bologna.

Dopo il Servizio civile, la scorsa estate ha svolto un campo estivo nell’oratorio di San Benedetto, prima di essere assunta in Caritas. «All’inizio avevo paura di non farcela, mi sentivo inadeguata. Ora mi trovo benissimo. Il mio desiderio era un impiego nell’ambito dell’immigrazione – ad esempio in Questura -, ma amo lavorare qui soprattutto per il contatto diretto con le persone. Mi piace sentire le loro storie, l’essere vista da loro come un’amica: a volte ti raccontano anche i piccoli dettagli della loro quotidianità».

 

Farle sentire a casa

Attualmente sono 48 le donne e i minori (dai neonati fino agli adolescenti di 16 anni) accolti in Caritas, oltre a due uomini. In 1 anno la nostra Caritas ha accolto in tutto una 60ina di persone. Alcune di loro nel frattempo hanno deciso, nonostante tutto, di tornare in Ucraina. Nei primi mesi dell’emergenza, la nostra Caritas ha gestito l’accoglienza “a distanza”, quando i primi profughi erano accolti nel Camping Florenz di Lido di Pomposa. Due erano le operatrici sul posto: una delle due ha perso il marito in battaglia a Bakhmut.

Dopo questa prima fase emergenziale, gli ucraini sono stati accolti in città: alcuni vivono a Casa Betania, con 25 posti disponibili divisi in 7 unità abitative (4 monolocali, 7 singole al secondo piano, 3 doppie, e l’ex dormitorio). Altri, nell’ex parrocchia di San Giacomo in via Arginone: attualmente al primo piano vivono 9 persone (4 famiglie), mentre al piano terra abitano alcuni detenuti in affidamento. Infine, altri vivono in 4 appartamenti che Caritas ha ricevuto in comodato gratuito da alcuni cittadini.

Il lavoro delle tre operatrici è quello “classico” dell’accoglienza: ascolto della loro storia personale, il cercare di capire le loro necessità più urgenti. Poi, l’accompagnamento per le pratiche e i documenti: la scuola per i minori, i vaccini, l’assistenza medica. I più piccoli trascorrono un breve periodo all’oratorio di San Benedetto, per ambientarsi.

Un’altra difficoltà riguarda la convivenza tra donne o giovani che vengono da culture completamente diverse: «la convivenza tra ucraine e africane, ad esempio, non è scontata», ci spiegano le tre operatrici: «condividono alcuni spazi comuni come la cucina, la lavanderia, ma le abitudini sono diverse». Nonostante ciò, tra loro nascono belle amicizie e gli stessi corsi di italiano e di alfabetizzazione sono frequentati da gruppi misti, per aiutare le donne nella futura integrazione. «Alcuni di loro però – soprattutto gli adolescenti – a volte si rifiutano di imparare l’italiano, fanno quindi più fatica a integrarsi, a reinventarsi. Gli è stato strappato tutto», a partire dalla possibilità di vivere un’adolescenza serena, assieme ai propri amici.

 

La speranza contro l’angoscia

«In generale – ci spiegano Anastasiia e Kateryna – notiamo che le persone qui accolte stanno perdendo la speranza: vedono la guerra allungarsi, nessuna possibilità di pace a breve termine, e il loro Paese distrutto. Alcune donne sono andate per poche settimane in Ucraina per visitare i loro famigliari ma, una volta rientrate a Ferrara, ci hanno detto: “Era meglio se non tornavamo”». Troppa la distruzione e la miseria. «Soprattutto le prime settimane di guerra, ci confidano Anastasiia e Kateryna, è come se fossimo state anche noi in Ucraina, tanta era l’angoscia: non riuscivamo a dormire. Molte persone, con cui siamo in contatto, soffrono di depressione, non sanno per quanto tempo ancora sosterranno mentalmente questa situazione. Alcuni, ci dicono, sono diventati incapaci di provare sentimenti».

Anche per questo, il ruolo delle operatrici Caritas è molto importante nel riuscire a mantenere un filo, pur esiguo, di speranza: «in noi, le donne accolte vedono un’ancora di salvezza, e – sentendo come parliamo bene l’italiano – una speranza che anche loro lo possano imparare». Piccoli passi per sentirsi sempre meno “straniere” e per mitigare – per quanto possibile – l’angoscia che hanno nel cuore.

Molto più di una scuola: l’esperienza educativa a Casa Betania

Elisa e Ornella sono le “maestre” di italiano delle donne accolte in Caritas. E Afsaneh (iraniana) e Aïcha (ivoriana), due studentesse. Ecco le loro storie

 

Qui non si impara solo l’italiano, ma soprattutto ad essere amate, guardate con occhi diversi. Qui le ragazze ridiventano persone, riacquistano uno sguardo su di sé di consapevolezza, di coraggio, di affetto.

Siamo nella scuola/aula studio a Casa Betania, luogo principale dell’accoglienza di donne e minori della nostra Caritas Diocesana.

Elisa Ferraretto lavora qui da un anno e mezzo per insegnare italiano alle ragazze e alle donne accolte. In questo, è aiutata da Ornella Zanardo, volontaria, insegnante di inglese in pensione.

 

Elisa, storia di una vocazione nata dopo la laurea

«Il 5 ottobre 2021 ho iniziato il mio lavoro qui in Caritas». Ci tiene a dirci anche il giorno, Elisa, di quest’esperienza che tanto la sta segnando. Dopo il Liceo Artistico, la Triennale in Antropologia a Bologna e il Master sull’Immigrazione e i fenomeni migratori a Venezia, a Pontecchio Polesine (lei è originaria di quelle zone), Elisa svolge un anno con la Messa a disposizione in una prima elementare, per poi iniziare a lavorare in un altro centro di accoglienza, prima come insegnante di italiano di bambini stranieri, ma nati in Italia, poi come operatrice sociale in una Casa d’accoglienza per ragazzi a Jolanda di Savoia (un progetto SAI – Sistema Accoglienza Integrazione, ex SPRAR). E l’anno scorso per alcuni mesi a Fiesso Umbertiano «ho fatto un corso di italiano ad alcune donne marocchine», corso finanziato dalla Caritas di Rovigo.

Qui «le ragazze ci chiamano “maestra”», e questa cosa la diverte. Ma Elisa non si limita al solo insegnamento: in Caritas gli spazi sono porosi, il quotidiano delle donne che vivono qui non può essere segmentato: «a volte aiuto Marika (Belmonte, Assistente sociale, ndr) per le traduzioni in francese, accompagno le ragazze per sbrigare pratiche, le aiuto con le stesse, dò una mano se le ospiti hanno un problema con la lavatrice…Inoltre, ogni venerdì alcuni bambini ivoriani, che frequentano le Elementari, vengono da me per il doposcuola».

 

Ornella Zanardo, insegnante lo si è per sempre

Ornella è un insegnante di inglese in pensione, e per tanti anni ha prestato servizio all’ITC Bachelet di Ferrara. «Ma dopo un po’ che avevo smesso di lavorare, mi annoiavo e allora passando davanti al Centro Caritas di via Brasavola, ho chiesto informazioni sulla possibilità di fare volontariato e mi han detto che avevano bisogno di un’insegnante». Ornella fa la volontaria per cinque mattine alla settimana: «mi sento utile, è un’esperienza che mi arricchisce molto a livello personale. Ho sempre amato il mio lavoro di insegnante, ma ora è diverso. Mi dà molto anche il cercare di far star bene insieme tra loro le ragazze, il vedere che si aiutano reciprocamente, e l’arricchimento culturale di cui noi stesse insegnanti godiamo. Spesso chiacchieriamo dei piatti tipici dei loro Paesi, ad esempio».

 

Come si svolgono i corsi di italiano

Molte delle ragazze qui accolte, arrivano che sono analfabete, alcune di loro non riescono nemmeno a tenere la matita in mano: attualmente sono una decina, e fanno parte del primo gruppo di studentesse, quelle dell’alfabetizzazione. Poi c’è il gruppo delle A0 (un’altra decina di ragazze), che un po’ sanno scrivere e leggere, il livello A1, il pre-A2 e l’A2, che è il più avanzato, con 3-4 ragazze. Queste ultime studiano per poter fare l’esame di terza media o il B1 di italiano, e così poter provare a lavorare e a inserirsi maggiormente a livello sociale.

Alcune di queste ragazze e donne frequentano il CPIA o, se madri con bimbi piccoli, il Centro “Elefante blu” al Barco. E altre, vorrebbero prendere la patente, o tentare l’esame per diventare bagnine.

Le lezioni – com’è comprensibile – non vengono mai svolte da Elisa e Ornella in maniera rigida, ma sempre con la massima flessibilità, cercando di volta in volta di interpretare le richieste e i bisogni delle singole ragazze. Ragazze che si attaccano molto alle loro “maestre”, vi si affezionano presto, perché finalmente nella loro vita trovano qualcuno che le considera, che vuole loro bene, che le tratta come persone. Abbiamo incontrato due di loro.

 

I sogni di Afsaneh

Una donna, una madre di tre ragazze di 24, 27 e 28 anni, che vivevano nel benessere in Iran. Paese che amano, ma che per la libertà e l’incolumità sua e delle figlie, nel 2019 hanno scelto di lasciare (e con loro l’amato cagnolino), per tentare di rifarsi una vita più libera qui in Italia.

Afsaneh studia al CPIA (ora è al livello A2) e segue i corsi anche a Casa Betania (dove vive con una delle figlie), col desiderio di iniziare quanto prima a lavorare. E Afsaneh ha due passioni: il ricamo e la cucina. Sul suo smartphone ci mostra deliziose calze di lana da lei realizzate, e prelibati piatti tipici iraniani, come il qottab, piccoli dolci fritti ripieni di noci e mandorle, e il kashk, una minestra di ceci, cipolla, verdure e menta.

 

Aïcha, tutta sorriso e coraggio

È arrivata in Italia due anni fa, Aïcha, in uno dei tanti viaggi della fortuna via mare. Ventisei anni, sta studiando per la Licenza Media, e frequenta anche i corsi del CPIA. «Per me – ci dice in un buon italiano – studiare è una grande fortuna. Fortuna che non ho avuto in Costa d’Avorio», suo Paese d’origine. «Non è facile, ma mi piace molto», ci spiega col suo bel sorriso. Il suo sogno, una volta ottenuta la Licenza Media, è di iniziare un corso per OSS.

I migliori auguri, a lei e ad Afsaneh, di poter realizzare ogni loro desiderio.