Crescere insieme in un Paese nuovo

La storia di una famiglia migrante attraverso lo sguardo di un padre

Il 27 settembre si è celebrata la 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Per il 2026, Papa Leone XIV ha scelto il tema «Anche uno solo di questi bambini», richiamando l’attenzione sui minori coinvolti nelle esperienze di migrazione e di fuga.

Nel suo Messaggio, il Papa invita «ad aprire occhi e cuore all’ascolto profondo della storia, ai timori e ai sogni di ciascuno di loro». È da questa prospettiva che nasce anche la testimonianza di un padre accolto dalla Caritas, che racconta il viaggio verso l’Italia, la nascita dei suoi due figli in due Paesi diversi e il significato che l’accoglienza ha assunto per la sua famiglia. 

Un viaggio affrontato da padre

È arrivato in Italia il 1° luglio 2023, insieme alla moglie e al loro primo figlio. «Ero sereno perché avevo sentito parlare della giustizia e dell’umanità dello Stato italiano, quindi non avevo paura per la mia famiglia».

La paura più grande, però, era stata durante il viaggio.

«La mia paura più grande è stata durante il viaggio, quando ho messo mio figlio su una barca di sei metri con altre venti persone. È stato il momento più difficile della mia vita perché ho rischiato la sua vita».

Poi sono arrivate le navi di soccorso italiane: «Appena ho visto le navi di soccorso italiane, tutte le mie paure sono svanite».

Al momento dell’arrivo, racconta, non mancavano le necessità essenziali: «C’era acqua, cibo e connessione Wi-Fi per poter rassicurare le nostre famiglie a casa».

Due figli, due Paesi

Il primo figlio è nato in Tunisia. Il secondo, invece, è nato in Italia. «È stata una bellissima esperienza, anche se c’è una grande differenza».

In Tunisia, racconta il padre, la nascita del primo figlio è stata accompagnata da difficoltà economiche legate alle spese ospedaliere: «Fino ad oggi non sono riuscito a saldare tutte le spese mediche».

In Italia, invece, la seconda esperienza è stata «molto più semplice dal punto di vista sanitario e umano». Ma la nascita del secondo figlio ha significato anche affrontare tutto senza avere accanto una rete familiare di appoggio. «All’inizio ero solo e dovevo prendermi cura sia di mia moglie, stanca per il parto, sia del nostro primo bambino».

Essere padre in un Paese nuovo ha significato quindi imparare a costruire una quotidianità familiare anche senza la presenza dei familiari che, in altri contesti, possono rappresentare un punto di riferimento.

E proprio nella vita quotidiana ha scoperto anche qualcosa che lo ha colpito profondamente:

«Come padre, qui ho notato subito il grande amore che gli italiani hanno per i bambini. Ovunque vada, le persone si fermano per fare una coccola o dare uno sguardo ai miei figli. È un’esperienza che non avevo vissuto in Tunisia e mi rende davvero felice».

I piccoli momenti che fanno una famiglia

Ci sono poi momenti che raccontano la vita familiare più di qualsiasi grande traguardo. «Il momento più bello è vedere il mio figlio maggiore, che ha solo due anni, abbracciare il fratellino con tanta tenerezza e chiedergli di dormire accanto a lui».

E c’è il momento del ritorno a casa dopo il lavoro: «Quando torno a casa dopo ore di lavoro, mio figlio mi accoglie con grida di gioia e un grande abbraccio: questo mi riempie il cuore di felicità».

Sono gesti semplici, ma importanti nel percorso di una famiglia che sta costruendo la propria vita in un Paese nuovo.

Anche imparare la lingua e creare relazioni è diventato parte di questo percorso: «Il nostro grande traguardo è stato che in un anno ho imparato molte parole in italiano, ci siamo integrati bene con le persone del posto e abbiamo fatto nuove amicizie».

Quando accoglienza significa sicurezza

Nel percorso della famiglia, l’incontro con la Caritas ha rappresentato un momento importante.

«Fin dal primo mese trascorso con la Caritas mi sono sentito al sicuro, perché lavorano in modo molto organizzato ed eccellente. Li ringrazio di cuore».

La sicurezza, nel suo racconto, non riguarda soltanto il luogo in cui vivere, ma anche le relazioni costruite lungo il percorso. «Tutti gli operatori della Caritas sono persone squisite. Ricordo con tanto affetto quando abbiamo giocato a Tombola con Marika e Daniele; ci siamo divertiti davvero tantissimo!»

Alla domanda su cosa significhi oggi per lui la parola accoglienza, la risposta è netta:

«La parola “accoglienza” cambia significato a seconda di chi ti accoglie. Con la Caritas per me significa sicurezza».

Il suo racconto porta così l’attenzione su un aspetto concreto dell’accoglienza: per una famiglia con bambini, sentirsi al sicuro significa poter iniziare a costruire una quotidianità, creare relazioni e guardare con maggiore serenità al futuro.

Il futuro passa anche dai bambini

Quando pensa al futuro, il desiderio del padre riguarda prima di tutto i suoi figli: «Auguro ai miei figli prima di tutto la salute, di poter continuare la loro vita in Italia, di diventare persone di successo e di aiutare sempre chi ha bisogno, se ne avranno la possibilità».

E per tutti i bambini che arrivano in un Paese nuovo, il suo desiderio è ancora più semplice:

«Auguro a tutti i bambini di trovare la felicità, la sicurezza e persone dolci e premurose che si prendano cura di loro».

È un augurio che richiama il cuore del tema scelto da Leone XIV per questa Giornata: «Anche uno solo di questi bambini». Uno sguardo che invita a non fermarsi alla condizione di migrante, ma a riconoscere la persona, la famiglia e, prima di tutto, il bambino.

Perché ogni bambino ha bisogno di poter crescere, giocare, imparare, costruire relazioni e sentirsi al sicuro, anche quando la sua vita comincia in un Paese nuovo.

Anche uno solo.


Per approfondire il percorso dedicato ai bambini accolti e conoscere la ludoteca del progetto “Crescere Insieme”, vi invitiamo a leggere anche l’articolo dedicato.