«Anche uno solo di questi bambini»
Dall’accoglienza alla crescita: accompagnare bambini e famiglie in un nuovo Paese
Il 27 settembre si celebra la 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Per il 2026, Papa Leone XIV ha scelto il tema «Anche uno solo di questi bambini», richiamando l’attenzione sui minori direttamente coinvolti nelle esperienze di migrazione e di fuga.
Nel suo Messaggio, Papa Leone XIV invita a guardare prima di tutto al bambino, alla sua dignità e ai suoi diritti, senza ridurlo alla sua condizione di migrante. «Non è una questione di cifre o di statistiche. […] Anche uno solo», scrive il Papa, ricordando che ogni bambino è una persona con una storia, dei bisogni, delle paure e dei sogni.
Il tema porta così l’attenzione su una dimensione concreta dell’accoglienza: che cosa significa accompagnare un bambino che arriva in un Paese nuovo?
Significa offrire sicurezza, ma anche relazioni, possibilità di giocare, imparare, comunicare e costruire progressivamente un senso di familiarità con il nuovo ambiente. Significa permettere a un bambino di continuare a crescere, anche quando intorno a lui molte cose sono cambiate.
Accogliere non è soltanto offrire un posto
La Caritas Diocesana di Ferrara e Comacchio accompagna donne, donne con minori e nuclei familiari che si trovano in condizioni di particolare vulnerabilità, anche a seguito di percorsi migratori e di protezione internazionale.
L’accoglienza si realizza attraverso strutture e gruppi appartamento distribuiti sul territorio e si affianca a percorsi di orientamento, apprendimento della lingua italiana, formazione, inserimento lavorativo e accompagnamento ai servizi.
Quando nell’accoglienza ci sono dei bambini, il percorso riguarda inevitabilmente anche la loro crescita: la scuola, la lingua, le relazioni, la possibilità di giocare e di trovare punti di riferimento in un ambiente nuovo.
Nel 2025 sono state 259 le persone accolte nei percorsi rivolti a donne, minori e nuclei familiari: 147 donne, 19 uomini e 93 minori. Sono numeri che raccontano la dimensione dell’accoglienza, ma non raccontano da soli ciò che significa per un bambino arrivare in un nuovo Paese, incontrare persone nuove e imparare a orientarsi in una realtà diversa. Per questo, accanto all’accoglienza abitativa, esistono anche spazi pensati per accompagnare i bambini nella loro quotidianità.
Un pomeriggio per giocare, incontrarsi e imparare
È dentro questa prospettiva che si inserisce il progetto “Crescere Insieme”, nato per sostenere lo sviluppo del bambino e accompagnare la madre migrante nel proprio ruolo genitoriale.
Uno degli spazi del progetto è la ludoteca, dove i bambini accolti dalla Caritas possono trascorrere alcune ore alla settimana insieme all’educatrice e ai volontari. L’obiettivo non è creare un’altra attività scolastica, ma offrire innanzitutto un luogo in cui giocare, stare insieme e costruire relazioni.
«Cerchiamo di giocare col bambino in modo che l’insegnamento non sia un insegnamento scolastico», racconta Sara Mazzanti, educatrice responsabile della ludoteca. «Con il gioco, con i bambini che magari sono un attimo più spensierati, ogni tanto ci butti lì qualche parolina e vedi che prima o poi la imparano.»
Il gioco diventa così anche un primo modo per comunicare e familiarizzare con una lingua nuova, anche quando ancora non si conoscono le parole.
Quando un bambino comincia a fidarsi
Per alcuni bambini, soprattutto quelli arrivati da poco o che hanno affrontato il viaggio insieme alla propria famiglia, il primo incontro con la ludoteca può essere difficile.
«Arrivano che sono spaesati, che magari hanno anche paura, timore a lasciare il genitore», spiega Sara. Per questo anche la presenza del genitore viene accolta, soprattutto all’inizio, fino a quando il bambino inizia a riconoscere quel nuovo spazio e le persone che lo abitano. La fiducia, infatti, non si costruisce in un giorno.
«Piano piano si costruisce quel rapporto di fiducia», racconta Sara. E ci sono piccoli segnali che permettono di capire che qualcosa sta cambiando: «quando smettono di piangere quando vanno via la mamma e il papà», quando cercano la mano dell’educatrice o chiedono di essere presi in braccio non soltanto per essere consolati, ma anche «soltanto per una coccola».
Poi arriva un momento ancora più significativo: «la cosa più bella è quando iniziano a chiamarti per nome». Per Sara, è lì che si capisce che «ce l’hai fatta».
Imparare una lingua senza perdere la propria storia
Per un bambino che arriva in Italia, la lingua è parte importante dell’inserimento. Ma imparare l’italiano non significa necessariamente lasciare indietro la propria lingua e la propria cultura.
Nella ludoteca si cerca quindi di parlare in italiano, accompagnando gradualmente i bambini che ancora non conoscono la lingua. Con i più grandi appena arrivati può essere necessario partire dalla lingua madre, inserendo poco alla volta nuove parole italiane.
Sara sottolinea anche l’importanza di accompagnare i bambini nel rapporto con entrambe le lingue. La lingua madre rimane un legame importante con la propria storia e con la famiglia, mentre l’italiano diventa progressivamente uno strumento per comunicare e vivere nel nuovo contesto. Come racconta Sara, nel lavoro con le famiglie si cerca di sostenere questo percorso, valorizzando entrambe le dimensioni.
I bambini, soprattutto quando imparano velocemente la nuova lingua, possono diventare spontaneamente un ponte tra la famiglia e il contesto esterno, aiutando talvolta i genitori nella comunicazione quotidiana. È una capacità che può essere una risorsa, ma che richiede anche attenzione, perché i bambini non dovrebbero trovarsi a sostenere responsabilità che appartengono agli adulti.
Anche per questo, accompagnare un bambino significa accompagnare anche i suoi genitori, sostenendoli nel loro ruolo e nelle diverse fasi del percorso. Significa, allo stesso tempo, lasciare al bambino lo spazio per fare ciò che gli appartiene: giocare, imparare, costruire relazioni e diventare progressivamente autonomo, mantenendo i legami con la propria famiglia, la propria lingua e la propria storia.
Quando le parole raccontano un percorso
Tra i ricordi di Sara ce n’è uno che più di altri racconta cosa può significare accompagnare un bambino nel tempo.
Era arrivato alla ludoteca senza parlare italiano. Anche la madre conosceva poco la lingua e il bambino comunicava soprattutto nella propria lingua madre. «Noi a forza di parlare in italiano con lui, alla fine del suo percorso, quando poi sono stati chiamati per il SAI – Sistema Accoglienza e Integrazione, lui parlava un italiano perfetto», racconta Sara.
Il percorso era finito, ma la relazione costruita non si è interrotta completamente. «Ogni tanto la mamma mi manda ancora dei messaggi vocale dove c’è lui che mi dice: “Ciao Sara, ma come stai? Ma quando ci vediamo? Vieni a trovarmi?”».
«Quella è stata una cosa che mi ha riempito veramente il cuore», racconta Sara.
È forse anche questo il significato di uno spazio come la ludoteca: non soltanto imparare qualche parola in più, ma costruire una relazione abbastanza sicura da permettere a un bambino di aprirsi, giocare, comunicare e sentirsi riconosciuto.
Non solo numeri, ma persone
Nel suo Messaggio per questa Giornata, Leone XIV invita a superare quello sguardo che rischia di ridurre le persone a un dato statistico. «Anche uno solo di questi bambini» significa riconoscere ogni minore nella sua dignità, nei suoi diritti e nella possibilità di crescere e svilupparsi pienamente.
Il Papa richiama inoltre la necessità di prevenire «la solitudine, l’isolamento e il rifiuto» e di promuovere occasioni di incontro e integrazione.
La ludoteca è uno spazio piccolo, ma dentro questa prospettiva acquista un significato concreto: un bambino che arriva in un nuovo Paese trova qualcuno che lo aspetta, un luogo dove giocare, altri bambini con cui incontrarsi, adulti con cui costruire fiducia e nuove parole con cui farsi capire.
Perché dietro una famiglia che arriva c’è una storia da ascoltare. E dietro ogni bambino c’è una vita che deve poter crescere.
Anche uno solo.









